Chiesale - Campiglia - Colle della Borra - Piamprato bivio 630

Caratteristiche
Località partenza: 
Chiesale
Quota partenza: 
1172 m
Località di arrivo: 
Piamprato bivio 630
Quota arrivo: 
1622 m
Segnavia: 
628
Dislivello: 
Upward: 1406m - Downward: 958m
Lunghezza: 
11,8 km
Difficoltà: 
E - escursionistico - Vedi la scala delle difficoltà
Tempi di percorrenza: 
Going: 7.15 - Return: 6.10
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Tracciati: 
Allegati: 
Allegati: 
Punti di appoggio: 

Rifugio Bausano, San Besso, incustodito chiuso a chiave (rif. tel. 3470564329 - 340/2805299), otto posti letto, possibilità di cucinare;

Posto tappa GTA Piamprato, non gestito, al fondo del paese, sulla sinistra per chi arriva da Valprato;

Locanda Aquila Bianca Piamprato (www.locandaaquilabianca.it) dispone di due camere per un totale di otto posti letto, oltre ristorante/bar, mentre negli adiacenti prati si ha disponibilità di un'area attrezzata per agri-campeggio;

Bed and Breakfast Centrale – Ronco Canavese, convenzionato gta, via Roma, 25 tel. 0124.817401, http://www.bbcentraleronco.it

Albergo la Piazzetta Piamprato, http://www.hotellapiazzetta.it  tel. 0124066042

 

Accesso:

La Frazione Chiesale del Comune di Valprato Soana si raggiunge imboccando la SP47 che risale la Valle di Campiglia, dalla quale si distacca la strada per la borgata, superando il T. Campiglia.

Valprato è raggiungibile con autobus di linea GTT da Pont C.se, nei mesi estivi la stessa linea è prolungata fino a Piamprato.

Descrizione:

Dall’abitato di Chiesale (il cui toponimo sarebbe derivato dal francese “chezal”, casotto rurale ovvero un aggregato unico di case coloniche; vedi: G. Bertotti, A. Paviolo, A. Rossebastiano, Le Valli Orco e Soana – Note sui nomi delle località, torrenti e montagne delle Valli Orco e Soana e sul loro significato, 1994), il percorso si sviluppa lungo il ripido versante orografico sinistro della Valle di Campiglia, attraverso fitti boschi ed una faggeta con esemplari di grandi dimensioni.

Nella cartolina di seguito, che mostra la frazione nell’anno 1933, si può vedere come anche i ripidi versanti intorno alle case, ora completamente rimboschiti, fossero a quei tempi intensamente coltivati.

All’uscita dalla frazione, in direzione Campiglia, lungo il sentiero nel tratto in cui questo sale ripido sul versante, è presente un olmo di discrete dimensioni che rappresenta una rarità, in quanto la specie, diffusa in passato dal piano montano alla pianura, è stata decimata a partire dagli anni ’60 dalla grafiosi, una malattia provocata da un fungo patogeno proveniente dall’Asia.

Nel tratto seguente il sentiero attraversa interessanti faggete con individui maestosi e sporadica presenza di larici. Sono qui visibili piccole piazzole che interrompono la pendenza del versante dove un tempo si realizzavano le carbonaie. Il bosco di faggio era governato a ceduo, ossia tagliato ad intervalli di circa 20 anni, e la rinnovazione della foresta era garantita dai ricacci delle ceppaie. Il legname veniva carbonificato nelle aie carbonili, così da agevolarne il trasporto a valle. La presenza del larice è probabilmente spiegabile con impianti artificiali eseguiti per diversificare la produzione del bosco e produrre legname di grandi dimensioni da impiegare soprattutto per la travatura dei tetti. Allo stato attuale, in assenza di interventi di taglio da almeno 50-60 anni, un eventuale abbattimento dovrebbe avvenire con particolare attenzione in quanto le ceppaie, ormai invecchiate, non sono più in grado di provvedere alla rinnovazione del bosco coi ricacci, ed occorre quindi che l’intervento selvicolturale sia in grado di rilasciare un adeguato numero di piante capaci di produrre il seme necessario e l’adeguata copertura al suolo, al fine di garantire le indispensabili condizioni per l’insediamento e lo sviluppo di nuove piante.

Salendo si incontra qualche isolato rudere di baita, testimone di un passato ormai lontano di presenza antropica colonizzatrice della quale rimangono anche tracce di terrazzamenti, sulle quali la natura ha ripreso definitivo sopravvento, ricolonizzando e rimboschendo l’intero versante.

In prossimità di Campiglia la faggeta lascia il posto al noccioleto e all’acero-frassineto, entrambe formazioni di invasione su ex prati – pascoli e coltivi in condizioni di progressivo abbandono. Nella cartolina qui riportata, che riprende Campiglia nel 1954, si vede la frazione attorniata dai prati, così come i prati occupavano interamente il versante orografico sinistro, di fronte alla frazione.

Lo scenario si apre, raggiunta la piccola conca di Campiglia, con un panorama sull’alta Valle di Campiglia, verso il Piano dell’Azaria. A questi luoghi sono legate memorie dello scrittore Mario Rigoni Stern (Asiago 1/11/1921 – 16/6/2008), che vi soggiornò nella primavera del 1940, in veste di istruttore di alpinismo nei campi militari (M. Rigoni Stern, In una valle felice prima della bufera, La Stampa del 7/7/1980), poco prima dell’entrata in guerra dell’Italia nel II° conflitto mondiale.

La Frazione Campiglia fu in passato comune autonomo e prima sede comunale della Valle Soana, e la Chiesa dedicata a S. Orso (citata negli Statuti di Pont e Valli del 1300) prima sede parrocchiale della Valle Soana, che comprendeva anche Cogne, in Val d’Aosta. La Parrocchia di Ronco si separò da quella di Campiglia nel 1280, mentre quella di Valprato nel 1609 (R. Herz, San Besso – Studio di un culto alpestre, 1928; edizione tradotta a cura di R. Petitti, 1994).

Rimanendo in sinistra orografica si attraversa la piana di Campiglia su ampi prati, un tempo intercalati a coltivi.

In destra orografica, in zona marginale del conoide del Rio Busiaire, è in corso di realizzazione il nuovo Centro visitatori del Parco Nazionale Gran Paradiso (che riprende nella forma architettonica una pigna di larice), il quale affronta il rapporto tra l’uomo e l’ambiente montano, ripercorrendo la storia della colonizzazione antropica delle valli alpine, lo sviluppo dell’agricoltura, delle coltivazioni e dell’allevamento, gli usi ed i costumi tradizionali della valle.

Nella zona sono bene osservabili forme morfologiche tipiche dell’ambiente vallivo montano, evidenziate nella figura sotto:

- un conoide attivo, che si forma per successivi apporti dal bacino del Rio Busiaire allo sbocco nel fondovalle principale per fenomeni di colata detritica durante eventi alluvionali;

- orli di scarpata generati dal corso d’acqua per fenomeni erosivi laterali e di fondo entro i quali si trova l’alveo attivo ordinario;

- un orlo di scarpata principale lungo il corso del Torrente Campiglia, generato da attività erosiva laterale nel corso di eventi del passato, che potrebbe essere ricollegabile all’evento alluvionale del 1718 nel corso del quale il Torrente Campiglia ha riattivato un ramo verso il centro abitato distruggendo alcuni edifici ed un molino (un tempo diffusi per macinare la segale, cereale ben presente nelle aree montane).

La traccia di tale alveo, ora abbandonato dal corso d’acqua ma potenzialmente riattivabile, è rimasta nella geometria catastale dei terreni, come mostra lo stralcio cartografico di seguito, che riporta la sovrapposizione georeferenziata della Carta Tecnica della Provincia di Torino alla scala 1:5000 con la Mappa catastale del Comune di Valprato. 

Da notare anche il differente andamento dell’alveo ordinario del corso d’acqua, ormai quasi rettificato dai ricorrenti lavori in alveo dopo ogni evento alluvionale, rispetto al suo andamento naturale sinuoso. In questo modo si vengono purtroppo a creare condizioni di marcato disequilibrio del corso d’acqua, che diviene maggiormente vulnerabile agli eventi alluvionali, a dispetto di una illusoria condizione di sicurezza.

Entrando nel Vallone di Fanton, il sentiero sale ripido tra pascoli in progressivo abbandono, sui quali riprende il sopravvento il bosco colonizzatore.

Lungo la salita si incontrano alcune cappelle votive, legate al percorso di avvicinamento al Santuario di S. Besso.

Il Santuario è addossato ad uno spuntone roccioso denominato M. Fauterio (o Fautenio), che si erge isolato in una morfologia articolata di selle erbose che si staccano dal grande e ripido versante verso la cresta spartiacque con la Valle di Piamprato, in un ambiente singolare e suggestivo.

Il culto di San Besso è molto radicato nelle comunità locali dell’Alto Canavese, venerato dai tempi antichi con una solenne processione che si ripete ogni anno il 10 di agosto con la partecipazione del Vescovo di Ivrea. La festa annuale è organizzata da un organismo formato dalle cinque comunità parrocchiali che ne hanno titolo, ovvero Campiglia, Ronco, Valprato, Ingria e Cogne, che avrebbero secondo tradizione “diritto a San Besso” in quanto contribuirono all’erezione del Santuario e ne curano il mantenimento.

La complessa origine della devozione di S. Besso si perde nel passato più antico per collegarsi addirittura ad un culto pre-cristiano (R. Herz, San Besso – Studio di un culto alpestre, 1928; edizione tradotta a cura di R. Petitti, 1994).

Il sentiero sale quindi verso il Colle della Borra sul ripido versante seguendo un tracciato a pendenza regolare, che attraverso il colle si collega ai resti di una piccola miniera nei pressi. Tale percorso era un tempo utilizzato per scendere con le slitte cariche di minerale estratto verso Campiglia.

La zona della miniera si può ancora riconoscere per il detrito accumulato sul versante, a valle di ruderi e piccole piazzole, utilizzate per le attività di estrazione. Secondo la tradizione locale fu scoperta dal Curato di Pianetto Don Vitulo, che vi avrebbe trovato mineralizzazioni di rame (AA.VV., Sui sentieri della Val Soana – Itinerari alla scoperta della storia e della cultura alpina, 1997). La miniera venne in seguito sfruttata fino all’inizio del XX° secolo, estraendo calcopirite, galena ed altri minerali (presenti anche tracce di oro).

Il toponimo “Borra” potrebbe essere legato alla presenza di tali gallerie e grotte.

Il sentiero raggiunge le Grange La Borra, piccoli edifici ormai in condizioni di abbandono al centro del vallone.

Poco sopra le baite, su ripiani erbosi legati all’assetto geologico-strutturale locale, che vede la presenza di falde di calcescisti condizionanti l’assetto geomorfologico della valle, ancorchè modellati dall’azione glaciale, può capitare di incontrare una mandria in riposo.

Il percorso effettua poi una lunga traversata fino alla Grangia Orletto, al di fuori del Vallone della Borra, per rientrare passando dalla Grangia Vandilliana.

Si tratta di pascoli ancora ben utilizzati, dove vengono condotte nel periodo estivo una mandria di circa 35 bovini di razza valdostana e un gregge di circa 160 pecore biellesi e 80 capre di razza locale. La gestione del pascolo avviene in modo razionale attraverso il pascolo guidato con l’ausilio dei cani e, dove possibile, la delimitazione con recinti elettrificati. Nonostante l’accesso all’alpeggio sia unicamente pedonale, si producono latte e formaggio. La mungitura avviene manualmente ed il processo di caseificazione, svolto con tecniche tradizionali, consente di produrre delle ottime tome che vengono fatte stagionare in un apposito locale seminterrato e fresco (crotin, edificio tipico interamente in pietra) presente a Vandilliana. Il loro trasporto a valle avviene periodicamente a dorso di cavallo.

Tali realtà ormai sempre più rare nelle nostre montagne svolgono un ruolo molto importante per la biodiversità e il paesaggio. Riconoscendole, è possibile valorizzarle dando così un contributo di riconoscenza a coloro che lavorano in condizioni ambientali generalmente difficili.

Il tratto di percorso dall’alpeggio Vandilliana al fondovalle attraversa un bosco rado di larici. Nei boschi di larice era, un tempo, tipica la consociazione col pascolo: la specie infatti tende a ombreggiare poco il suolo e garantisce quindi la presenza di una copertura erbacea continua sotto le chiome. Nei versanti più ripidi, come in questo caso, il bosco era mantenuto per prevenire i dissesti, coesistendo col pascolo.

Dal sentiero si presentano belle vedute sul Vallone della Reale, verso l’itinerario del Col Larissa.

Il fondovalle della Valle di Piamprato si raggiunge nella località Prariond, dove ora si trovano le Grange Prariond.

Secondo fonti locali, rivestite anche di aspetti leggendari, nella località esisteva una borgata, dove vivevano alcune decine di pastori, che venne distrutta il 17/5/1711 per effetto di un’enorme valanga staccatasi dal Vallone della Vandilliana. Morirono gran parte degli abitanti e tutto il bestiame, per cui i superstiti si trasferirono a Piamprato e la borgata (molto saggiamente!) non fu più ricostruita (AA.VV., Sui sentieri della Val Soana – Itinerari alla scoperta della storia e della cultura alpina, 1997).

Il toponimo, che viene più comunemente tradotto in “prato rotondo” anche per la forma tondeggiante che assumono i prati in quel tratto di fondovalle per effetto della tendenza a del corso d’acqua a formare meandri, andrebbe in realtà ricondotto a “rion”, che nel dialetto valdostano significa pascolo nuovo o terra coltivata da poco (Henry) (G. Bertotti, A. Paviolo, A. Rossebastiano, Le Valli Orco e Soana – Note sui nomi delle località, torrenti e montagne delle Valli Orco e Soana e sul loro significato, 1994).